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venerdì 15 gennaio 2010

Versione "Ad Familiares, VI, 15" di Cicerone

Tibi gratulor, mihi gaudeo; te amo, tua tueor; a te amari et, quid agas quidque agatur, certior fieri volo.

TRADUZIONE

Cicerone saluta Basilo Con te mi congratulo, per me sono contento; ti sono vicino, ho cura delle tue cose; ti chiedo di volermi bene e di farmi sapere che cosa fai e che cosa succede.

Versione "Ad Familiares, IV, 6" di Cicerone

Ego vero, Servi, vellem, ut scribis, in meo gravissimo casu affuisses; quantum enim praesens me adiuvare potueris et consolando et prope aeque dolendo, facile ex eo intelligo, quod litteris lectis aliquantum acquievi, nam et ea scripsisti, quae levare luctum possent, et in me consolando non mediocrem ipse animi dolorem adhibuisti: Servius tamen tuus omnibus officiis, quae illi tempori tribui potuerunt, declaravit et quanti ipse me faceret et quam suum talem erga me animum tibi gratum putaret fore; cuius officia iucundiora scilicet saepe mihi fuerunt, numquam tamen gratiora. Me autem non oratio tua solum et societas paene aegritudinis, sed etiam auctoritas consolatur; turpe enim esse existimo me non ita ferre casum meum, ut tu, tali sapientia praeditus, ferendum putas; sed opprimor interdum et vix resisto dolori, quod ea me solatia deficiunt, quae ceteris, quorum mihi exempla propono, simili in fortuna non defuerunt: nam et Q. Maximus, qui filium consularem, clarum virum et magnis rebus gestis, amisit, et L. Paullus, qui duo septem diebus, et vester Gallus et M. Cato, qui summo ingenio, summa virtute filium perdidit, iis temporibus fuerunt, ut eorum luctum ipsorum dignitas consolaretur ea, quam ex re publica consequebantur; mihi autem amissis ornamentis iis, quae ipse commemoras quaeque eram maximis laboribus adeptus, unum manebat illud solatium, quod ereptum est: non amicorum negotiis, non rei publicae procuratione impediebantur cogitationes meae, nihil in foro agere libebat, aspicere curiam non poteram, existimabam, id quod erat, omnes me et industriae meae fructus et fortunae perdidisse: sed, cum cogitarem haec mihi tecum et cum quibusdam esse communia, et cum frangerem iam ipse me et cogerem illa ferre toleranter, habebam, quo confugerem, ubi conquiescerem, cuius in sermone et suavitate omnes curas doloresque deponerem: nunc autem hoc tam gravi vulnere etiam illa, quae consanuisse videbantur, recrudescunt; non enim, ut tum me a re publica maestum domus excipiebat, quae levaret, sic nunc domo maerens ad rem publicam confugere possum, ut in eius bonis acquiescam. Itaque et domo absum et foro, quod nec eum dolorem, quem ad re publica capio, domus iam consolari potest nec domesticum res publica. Quo magis te exspecto teque videre quam primum cupio— maior enim levatio mihi afferri nulla potest quam coniunctio consuetudinis sermonumque nostrorum—; quamquam sperabam tuum adventum—sic enim audiebam— appropinquare. Ego autem cum multis de causis te exopto quam primum videre, tum etiam, ut ante commentemur inter nos, qua ratione nobis traducendum sit hoc tempus, quod est totum ad unius voluntatem accommodandum et prudentis et liberalis et, ut perspexisse videor, nec a me alieni et tibi amicissimi; quod cum ita sit, magnae tamen est deliberationis, quae ratio sit ineunda nobis non agendi aliquid, sed illius concessu et beneficio quiescendi. Vale.

TRADUZIONE

Io davvero, Servio, vorrei, come scrivi, che tu fossi stato con me nella mia gravissima disgrazia. Quanto avresti potuto infatti aiutarmi con la tua presenza confortandomi e soffrendo quasi con me lo capisco facilmente dal fatto che ho trovato alquanto sollievo una volta lette le lettere. Infatti hai scritto parole tali da poter alleviare il mio lutto e consolandomi hai dimostrato tu stesso un grande dolore dell'animo. Tuttavia il tuo Servio dimostrò con tutte le premure che si poterono accordare in quel frangente quanto mi tenesse in considerazione e quanto pensava che ti sarebbe stata gradita una tale disposizione d'animo nei miei confronti. E le sue premure mi furono spesso certamente assai bene accette, tuttavia mai più gradite. Mi procurano conforto non solo le tue parole e la tua partecipazione al mio dolore,ma anche la tua autorevolezza. Ritengo infatti vergognoso che io non sopporti così la mia disgrazia come tu dotato di tale saggezza pensi che si debba sopportare. Ma sono talvolta oppresso e a stento resisto al dolore, poiché mi mancano quelle consolazioni che non mancarono in una simile circostanza ad altri, la cui condotta esemplare mi è presente. Infatti sia Quinto Massimo che perse il figlio ex console, uomo famoso anche per le grandi imprese, sia Lucio Paolo, che in sette giorni ne perse due, sia il vostro Gallo, sia Marco Catone, che perse un figlio di sommo ingegno e virtù vissero in tempi tale che il prestigio degli stessi consolò il loro dolore, cose che scaturivano dallo stato. Ma a me, perduti quegli onori che tu stesso menzioni e che avevo ottenuto grazie a grandissime fatiche, rimaneva quel solo conforto che mi è stato sottratto. Non ostacolavano il corso dei miei pensieri né gli affari degli amici né le cure dello stato, non mi piaceva fare niente nel foro, non potevo rivolgere l'attenzione alla curia, pensavo, cosa che effettivamente era, di aver perso tutti i vantaggi della mia attività e della sorte. Ma mentre pensavo di avere in comune queste cose con te e con alcuni e mentre mi dominavo da me stesso e mi costringevo a sopportarle con pazienza, avevo dove rifugiarmi, dove trovare riposo, qualcuno nella cui dolce conversazione riversare tutti gli affanni e i dolori. Ma ora per questa così profonda ferita anche tutte quelle che sembravano aver cominciato a risanarsi tornano a sanguinare. Infatti, come allora dalla vita pubblica accoglieva me triste una casa che mi offriva conforto, così ora da casa afflitto non posso rifugiarmi nello stato in modo da trovare pace nei suoi vantaggi. Pertanto sono distante da casa e dallo stato, poiché né la casa può ormai consolare quel dolore che ricevo dalla vita pubblica, né lo stato quello familiare. Tanto più ti aspetto e desidero vederti quanto prima. Nessun maggior sollievo mi si può arrecare che il vincolo della nostra amicizia e dei nostri discorsi; pertanto spero che il tuo arrivo si avvicini (così infatti sento dire). Ma io desidero vederti quanto prima sia per molte ragioni sia anche affinché riflettiamo prima tra noi in quale modo dobbiamo trascorrere questo periodo di tempo, cosa che è da conformare alla volontà di uno solo, saggio e liberale e, come mi pare d'aver visto chiaramente, senza ostilità nei miei riguardi e pieno di amicizia nei tuoi. Stando così le cose, tuttavia dobbiamo vagliare quale condotta adottare non per fare qualcosa, ma per stare tranquillo grazie al suo favore e alla sua benevolenza. Sta' bene.

Versione "Ad Familiares, V, 7" di Cicerone

Ex litteris tuis, quas publice misisti, cepi una cum omnibus incredibilem voluptatem; tantam enim spem otii ostendisti, quantam ego semper omnibus te uno fretus pollicebar; sed hoc scito, tuos veteres hostes, novos amicos vehementer litteris perculsos atque ex magna spe deturbatos iacere. Ad me autem litteras quas misisti, quamquam exiguam significationem tuae erga me voluntatis habebant, tamen mihi scito iucundas fuisse; nulla enim re tam laetari soleo quam meorum officiorum conscientia, quibus si quando non mutue respondetur, apud me plus officii residere facillime patior: illud non dubito, quin, si te mea summa erga te studia parum mihi adiunxerunt, res publica nos inter nos conciliatura coniuncturaque sit. Ac, ne ignores, quid ego in tuis litteris desiderarim, scribam aperte, sicut et mea natura et nostra amicitia postulat: res eas gessi, quarum aliquam in tuis litteris et nostrae necessitudinis et rei publicae causa gratulationem exspectavi, quam ego abs te praetermissam esse arbitror, quod vererere, ne cuius animum offenderes; sed scito ea, quae nos pro salute patriae gessimus, orbis terrae iudicio ac testimonio comprobari, quae, cum veneris, tanto consilio tantaque animi magnitudine a me gesta esse cognosces, ut tibi multo maiori, quam Africanus fuit, me non multo minorem quam Laelium facile et in re publica et in amicitia adiunctum esse patiare.

TRADUZIONE

M. Tullio Cicerone figlio di Marco saluta il grande comandante Gneo Pompeo figlio di Gneo Se tu e l'esercito stae bene sta bene. Dalle tue lettere, che mandasti pubblicamente, ricevetti insieme con tutti un grande piacere; hai mostrato infatti tanta speranza di ozio, quanta io ne promettevo a tutti, sostenuto proprio da te. Ma so questo, che i tuoi vecchi nemici, i nuovi amici, restano colpiti da queste lettere e abbattuti dalla grande speranza. so che le lettere che hai mandato a me, sebbene avevano un piccolo cenno della tua volontà verso di me, mi furono gradite; non sono solito infatti allietarmi per alcuna cosa tanto quanto per la conoscienza dei miei compiti; se un giorno non mi viene risposto per quelli mutuamente, sopporto facilissimamente che ancora più doveri restino presso di me. Non dubito di ciò: che, se le mie grandissime preoccupazioni verso di te uniranno un pò te a me, la repubblica sarà congiunta aggiogata tra di noi. E affinchè tu non ignori che cosa io desiderassi nelle tue lettere, te lo scriverò apertamente come chiede la mia natura e la nostra amicizia. Feci quelle cose, delle quali aspettavo qualche congratulazione nelle tue lettere per necessità nostra e della repubblica; (ed) io penso che sia stata omesssa da te per aver riguardo e non offendere l'animo di qualcuno. MA so che le cose, che abbiamo fatto in difesa della salvezza della patria con il giudizio e la testimonianza di tutta la terra, siano riconosciute. Quando verrai, saprai che quelle cose sono stae fatte da me con così grande saggezza e grandezza d'animo, che tollererai facilmente che io, non molto minore di Lelio, sia unito nella amicizia e nella repubblica a te molto più grande di quanto non fu l'Africano.

Versione "Ad Familares, XIV, 3" di Cicerone

Cicero Terentiae suae s. Accepi Ab Aristocrito tres epistulas, quas ego lacrimis prope delevi. Conficior enim maerore, mes Terentia, nec meae me miseriae magis excruciant quam tuae vestraeque. Ego autem hoc miserior sum quam tu, quae es miserissima, quod ipsa calamitas communis est utriusque nostrum, sed culpa mae propria est. Meum officium vel legatione vitare periculum, vel cadere fortiter. Hoc miserius, turpius, indignius nobis nihil fuit. 2) Quare cum dolore conficiar, tum etiam pudore. Pudet enim me uxori meae optimae suavissimis liberis virtutem et diligentiam non praestitisse. Nam mihi ante oculos dies noctesque versatur squalor vester et maeror et infirmitas valetudinis tuae; spes autem salutis pertenuis ostenditur. Inimici sunt multi: invidi paene omnes.

TRADUZIONE

Cicerone alla sua Terenzia. Ricevetti da Aristocrito tre epistole, le quali io distrussi subito dopo con le lacrime. Infatti sono consumato dalla tristezza, mia Terenzia, né più mi tormentano le mie infelicità quanto le tue e le vostre. Io invece questo sono, più infelice di te che sei in felicissima, per la stessa comune disgrazia è ognuno di noi due, ma la colpa è mia. Sarebbe stato il mio servizio ossia con la legazione di evitare il pericolo (dell’esilio), ossia di cadere valorosamente. Più misero, più ignobile, più indegno a questo non fu per noi. Per cui non solo con il dolore che ho ricevuto ma anche con il pudore. Infatti della mia buonissima moglie ai dolcissimi figli che non fossero superati per virtù e cura. Infatti davanti a me gli occhi, giorno e notte, sono (è) voltati verso lo squallore e la tristezza e la debolezza delle tua salute, la speranza mi appare invece della debolissima salute. I nemici sono molti, quasi tutti invidiosi.

Versione "Ad Familiares, XIV,5" di Cicerone

Tullius s.d. Terentiae suae 1) Si tu Tullia, lux nostra, valetis, ego et suavissimus Cicero valemus. Pr. Idus Oct. Athenas venimus, cum sane adversis ventis usi essemus tardeque et incommode navigassemus. De nave exeuntibus nobis Acastus cum litteris presto fuit uno et vigesimo die, sane strenue. Accepi tuas litteras, quibus intellexi te vereri ne superiores mihi redditae non essent. Omnes sunt redditae, diligentissimeque a te perscripta sunt omnia, idque mihi gratissimum fuit. 2) Neque sum admiratus hanc epistulam, quam Acastus attulit, brevem fuisse ; iam enim me ipsum expectas, vive non ipsos, qui quidem quam primum ad vos venire cupimus, etsi, in quam rem publicam veniamus, intellego. Cognovi enim ex multorum amicorum litteris, quas attulit Acastus, ad arma rem spectare. Vos meas suavissima et optatissima Terentia, si nos amatis, curate ut valeatis. Vale. Athenis a.d. XVII K. Novemb.

TRADUZIONE

Tullio saluta la sua Terenzia 1) Se tu e Tullia, nostra luca, state bene, io ei dolcissimo Cicerone stiamo in buona salute. Il 14 ottobre veniamo ad Atene, avendo fatto uso con giudizio dei venti avversi e avendo navigato lentamente e poco convenientemente. Acasto a noi che scendavamo dalla nave venne incontro molto velocemente con in mano una lettera dopo venti giorni. Ricevetti la tua lettera, con la quale ho capito che temevi che le precedenti non mi fossero state recapitate. Tutte recapitate e molto diligentemente furono tutte scritte da te e ciò mi fu molto grato. 2) Né mi ha meravigliato che questa lettera la quale portò Acasto fosse breve. Infatti tu già aspetti me, anzi noi che desideriamo certamente venire da voi quanto prima, anche se mi rendo conto in quale repubblica viviamo. Ho saputo infatti, dalle lettere di molti amici, che la situazione volge alle armi. Voi abbiate cura della mia dolcissima e buonissima Terenzia se ci amate. Salve. Atene 16 ottobre.

Versione "Epistula, 2, 4, 1" di Cicerone

M. CICERO S. D. CURIONI Epistularum genera multa esse non ignoras sed unum illud certissimum, cuius causa inventa res ipsa est, ut certiores faceremus absentis si quid esset quod eos scire aut nostra aut ipsorum interesset. Huius generis litteras a me profecto non exspectas. Tuarum enim rerum domesticos habes et scriptores et nuntios, in meis autem rebus nihil est sane novi. Reliqua sunt epistularum genera duo, quae me magno opere delectant, unum familiare et iocosum, alterum severum et grave. Utro me minus deceat uti non intellego. Iocerne tecum per litteras? Civem mehercule non puto esse, qui temporibus his ridere possit. An gravius aliquid scribam? Quid est quod possit graviter a Cicerone scribi ad Curionem nisi de re publica? Atqui in hoc genere haec mea causa est ut [neque ea quae sentio audeam] neque ea quae non sentio velim scribere.

TRADUZIONE

Cicerone saluta Gaio Curione. Sai bene che si sono molti generi epistolari, ma il genere per eccellenza è quello per il quale è stato inventato il genere stesso, per informare chi è lontano, se è accaduto qualcosa che importi a noi o a loro che essi seppiano. Senza dubbio non aspetti da parte mia lettere di questo genere. Delle tue faccende private infatti hai corrispondenti e messaggeri di casa tua, riguardo poi le mie faccende non c'è nessuna novità. Sono rimasti due generi epistolari, che mi piacciono molto, uno familiare e gioviale, l'altro serio e grave. Non capisco quale dei due mi si addica meno usare. Dovrei scherzare con te per lettera? Certamente non penso di essere un cittadino che possa ridere in questi tempi. O forse scrivere qualcosa di serio? Che cosa c'è che possa essere seriamente scritto da Cicerone a Curione se non sullo stato? Eppure in questo tipo di lettera la mia situazione è tale che né oso (scrivere) ciò che penso, né voglio scrivere ciò che non penso.

Versione "Ad Brutum, I, 3" di Cicerone

Nostrae res meliore loco videbantur; scripta enim ad te certo scio quae gesta sunt. qualis tibi saepe scripsi consules, tales exstiterunt. Caesaris vero pueri mirifica indoles virtutis est. Vtinam tam facile eum florentem et honoribus et gratia regere ac tenere possimus quam facile adhuc tenuimus! est omnino illud difficilius sed tamen non diffidimus. persuasum est enim adulescenti et maxime per me eius opera nos esse salvos. et certe, nisi is Antonium ab urbe avertisset, perissent omnia. [2] triduo vero aut quadriduo ante hanc rem pulcherrimam timore quodam perculsa civitas tota ad te se cum coniugibus et liberis effundebat eadem recreata a. d. xii Kal. Maias te huc venire quam se ad te ire malebat. quo quidem die magnorum meorum laborum multarumque vigiliarum fructum cepi maximum, si modo est aliquis fructus ex solida veraque gloria. nam tantae multitudinis quantam capit urbs nostra concursus est ad me factus; a qua usque in Capitolium deductus maximo clamore atque plausu in rostris conlocatus sum. nihil est in me inane; neque enim debet; sed tamen omnium ordinum consensus, gratiarum actio gratulatioque me commovet propterea quod popularem me esse in populi salute praeclarum est. [3] sed haec te malo ab aliis. me velim de tuis rebus consiliisque facias diligentissime certiorem illudque consideres ne tua liberalitas dissolutior videatur. sic sentit senatus, sic populus Romanus, nullos umquam hostis digniores omni supplicio fuisse quam eos civis qui hoc bello contra patriam arma ceperunt; quos quidem ego omnibus sententiis ulciscor et persequor: omnibus bonis approbantibus. tu quid de hac re sentias, tui iudici est; ego sic sentio trium fratrum unam et eandem esse causam.

TRADUZIONE

Cicerone saluta Bruto La nostra situazione pare alquanto migliorata: quello che è accaduto so positivamente che ti è stato scritto. I consoli furono alla prova quali io te ne avevo spesso detto. Meravigliosa poi la disposizione del giovane Cesare per la rettitudine. Almeno mi sia dato dirigerlo e dominarlo con tanta facilità in mezzo agli onori e agli evviva, quanto mi è stato possibile finora! Sarà senza dubbio più difficile; non dispero tuttavia: il giovane infatti è convinto, ed io ho contribuito moltissimo a rafforzarlo in tale idea, che noi siamo salvi per il suo intervento. E certo se egli non avesse tenuto lontano da Roma Antonio, tutto sarebbe andato in rovina. Nei tre o quattro giorni che precedettero questo fortunatissimo evento la popolazione, sconvolta da certe voci, pensava di rifugiarsi da te con le mogli e i figli; la stessa, riavutasi dopo il 19 aprile, preferirebbe ora che tu arrivassi qui anziché accorrere da te. Se da una gloria solida e vera si può aver frutto, certo io in quel giorno colsi il frutto migliore delle mie grandi fatiche e delle mie veglie numerose. Tutta una folla di popolo quanta ne può capire questa nostra città si riversò da me, e da essa fui portato fino al Campidoglio, issato sui Rostri fra i più fragorosi applausi. Nessuna vanità da parte mia, né ci dovrebbe essere; ma il consenso unanime di tutti gli ordini nel ringraziamento e nelle congratulazioni mi commosse veramente, perché grande e bella cosa è la popolarità conseguita con la salvezza del popolo.